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Nel meraviglioso paese di Magan

di Agostino Spadaro, 05.08.2013

 

1… Siete mai stati nel paese di Magan, al tropico del Capricorno, dove cinque mila anni fa si fondeva il rame puro che si esportava, in lingotti, nel regno dei Sumeri?

O giù a sud, nel paese di Ofir, nei paraggi del reame di Punt, dove dalla corteccia di un arbusto nano si estraeva l’incenso odoroso che profumava templi e palazzi dei Faraoni e di tutte le civiltà mediterranee?

Anche a cercarli questi paesi non li troverete sulla carta geografica poiché la geo-politica moderna li ha cancellati riunendoli sotto il nome di Oman: un sultanato esteso quanto due terzi l’Italia, con una popolazione di circa due milioni di abitanti.

Magan, Ofir, Punt sono, ormai, soltanto luci di nomi che illuminano il passato fascinoso e fiero di un piccolo popolo di beduini, di marinai e di abili mercanti.

Quasi ignorata in Occidente, la storia plurimillenaria dell’Oman costituisce un caso a se stante nella penisola arabica…

E l’ignoranza, specie quando è accompagnata dalla supponenza, genera stereotipi, pregiudizi. Molti, infatti, sono convinti che l’Oman sia uno dei tanti ricchi paesi petroliferi del Golfo, dove la gente vive di rendita. Confesso che qualche idea del genere l’avevo anch’io, prima della partenza.

Visitando il paese, invece, scoprii che la rendita parassitaria, praticamente, non esiste poiché le entrate sono, in gran parte, investite in opere sociali e in moderne infrastrutture.

Con ciò non si vuol dire che il Sultanato sia il migliore dei mondi possibili. I problemi esistono. Tuttavia, è uno dei rari esempi nel quale il “dono del petrolio” (non copioso come nella confinante Arabia Saudita) è stato messo al servizio di un effettivo progresso sociale, in armonia con i valori della migliore tradizione locale.

Una ricchezza contenuta e, in larga misura, concentrata nelle mani di un Sultano, schivo e solitario, che l’amministra con saggezza e senza la spocchia tipica dei magnati insolenti.

Qua e là- è vero- s’incontrano anche situazioni di dignitosa povertà, tuttavia, mi è parso, che la popolazione non soffra i mali tipici dei paesi in via di sviluppo come la miseria, la disoccupazione e l’emarginazione in quartieri malsani.

Una prova. Avete mai letto e/o sentito parlare d’immigrati di nazionalità omanita?

 

2… Lungo i 123 chilometri di pista che da Quryat giunge fino a Sur, corre un nastro di sabbia finissima che il sole, al tramonto, accende di un tenue rosa.

Sopra di noi un cielo di stelle vividissime; a nord ovest, sul massiccio del Jebel Khadar, si sta scaricando un temporale.

Il mare è pescosissimo e ricco di specie rare. Ogni mattina, su queste spiagge è come una festa, una ressa di pescatori, scalzi e a torso nudo, che scaricano il pescato della notte (abbondano sarde e vari tipi di pesce pregiato e anche barracuda, tonni e qualche squalo) e lo espongono agli acquirenti venuti da Mascate e da altre città dell’interno.

La Land Cruise (messaci, cortesemente, a disposizione dal ministero dell’Informazione) imperversa lungo la pista pietrosa e in cinque ore Abdulladi ci consegna a destinazione…

A Sur capitiamo nel bel mezzo di una festa di matrimonio che ci appare come un buon viatico per il viaggio.

Questa città deve la sua fama all’antica tradizione marinara e ai “dhow”: le agili imbarcazioni omanite che, da millenni, solcano i mari del sub-continente indiano e perfino della Cina.

 

 

La laguna di Sur forma spettacolari insenature, un tempo rifugio delle flotte portoghesi, olandesi e inglesi e anche d’indomabili pirati. Sulle rive, fioriscono i cantieri, a cielo aperto, dei “dhow” costruiti a braccio, secondo i canoni della tecnica tradizionale.

Qui, tutti giurano che da questa costa sia partito “Sindbad, il marinaio” per le sue leggendarie, e romantiche, avventure descritte in le “Mille e una notte”.

Il passato marinaro di Sur si conserva in un piccolo museo che espone attrezzature di bordo, vari modelli di “dhow”, telai per la tessitura delle vele, i ritratti dei più famosi capitani, scene di naufragi e carte nautiche con le rotte più impensate.

Fra queste, mi colpisce, quella famosa del geografo medievale Edrisi che vedeva il mondo “all’incontrario” secondo il punto di vista musulmano: l’Europa è il sud e l’Arabia il nord.

 

 

3… Da Sur a Nizwa, corriamo dentro una grande vallata inaridita. E’ un deserto di pietra popolato di strani monticelli che sembrano propaggini di gigantesche colate di lava o vulcanelli  di poca pretesa. Piccole escrescenze di una natura bizzarra che non ci lasceranno fino a Nizwa.

Dopo le lave, ecco, finalmente, il deserto di sabbia rovente di Ramlat. Ci inoltriamo fra alte dune, dove crescono rari alberelli di “summer” (un arbusto spinoso) e qualche ciuffo erboso cui brucano mandrie di dromedari e capre nere... E, non ci crederete, anche gli eleganti orici cornuti che qui abbondano perché protetti, così come altre specie animali e vegetali, da un’avanzata e severa legislazione dello Stato.

A un tratto, s’incontra uno strano accampamento beduino: non ci sono tende, ma capanne di palma e, perfino, qualche locale in muratura (che è la negazione del nomadismo) con di fianco, parcheggiata, una fiammante Land Rover.

Il deserto è autentico, ma il resto mi sembra una banale messinscena per turisti sprovveduti e frettolosi. La nostra guida, alquanto imbarazzata, ammetterà che “i veri nomadi” si trovano più a sud, nel “Rab al Khali” alias il “Quarto vuoto”, uno dei più grandi e orridi deserti della Terra, dove solo i beduini riescono a sopravvivere.

Vuoto ma conteso questo deserto. Da sempre è stato “terra di nessuno”, ora, da quando si è scoperto che non è “vuoto” ma pieno di grandi giacimenti di petrolio e di gas, i governi se lo contendono metro su metro.

 

 

Mentre di ciò si parla, Amir si ricorda della preghiera pomeridiana. Lo vediamo scomparire nella piccola moschea di Khadra Beni…

L’Islam omanita è di osservanza ibadita, una delle tante confessioni derivate dallo sciitismo. La giustizia si basa sulla “sharja”, tuttavia, a parte taluni divieti (alcool, carne di maiale), nel Paese non si respira aria di fanatismo come nell’Iran degli ayatollah o di cupo rigorismo come nella confinante Arabia saudita wahabbita.

 

4… Fra uno spuntino e una preghiera all’Altissimo, lasciamo il deserto ed entriamo nel cuore della regione montuosa dell’Hajar con le sue vette alte oltre i tremila metri come quella del Jebel Akhdar, la montagna verde alla quale si abbarbicano sparuti villaggi di contadini e rigogliose colture a terrazza.

Le periodiche piogge monsoniche impinguano le falde che alimentano l’ingegnoso sistema idrico degli “aflaj” (singolare “falaj”) introdotto dai persiani nel V secolo a.C.

E’ questa una profonda condotta sotterranea, lunga anche decine di km, che dalle viscere delle montagne induce la massa d’acqua fino alle oasi e alle città moderne.

Da qui si diparte una rete di canali che irrigano i palmeti (che danno un dattero nero) e i sottostanti orti di verdure e cereali.

A Nizwa, capitale di questa regione, sfocia il più grande falai dell’Oman. Acqua chiara e fluente, abbondante che s’insinua fin dentro  il reticolo di vie e viuzze della casbah.

La visione dell’acqua: un incanto anche per noi che veniamo da regioni semiaride come la Sicilia.

L’acqua ha un’importanza vitale perciò il suo governo è affidato all’autorità di uno sceicco che lo esercita con equità e con il beneplacito dell’amministrazione pubblica.

Lo “sceicco dell’acqua” controlla la puntuale esecuzione dei calendari di erogazione, custodisce i regolamenti, le mappe catastali, gli accordi di spartizione sottoscritti dai capi delle varie tribù e clan.

Oltre al falaj, i segni distintivi di Nizwa sono un forte mastodontico, munito di cannoni col marchio di Filippo II, e la medina circondata di alte mura di fango.

Capitiamo di venerdì, giorno della fiera settimanale degli animali. Il commercio si svolge secondo un meccanismo “circolare” ossia all’interno di un cerchio umano ai lati del quale siedono i potenziali acquirenti, fra questi anche donne con le tipiche maschere nere.

 

 

 

L’originale meccanismo è finalizzato a velocizzare le transazioni, le lunghe trattative sono impossibili. Gli avventori hanno solo il tempo di tastare la gorgia e le spalle, di dare uno sguardo veloce alla dentatura dell’animale in vendita (solitamente capre e bovini), offre un prezzo al sensale e, se questi non accetta, spinge la bestia in avanti perché dietro ce n’è un’altra che attende.

 

 

5…Lasciamo l’Oman con la gradevole impressione di avere visitato un paese abitato da un popolo gentile, governato da un sultano saggio e lungimirante che ama i bambini e la musica classica. Qabus bin Said, infatti, rifugge dal gossip e dai piaceri dell’harem, dai cortigiani servili e impudenti e lavora per proiettare il Paese in un futuro di prosperità condivisa, fuori dal medioevo infinito dal quale è uscì soltanto nel 1970, dopo l’estromissione del padre Taimur.

 

 

Il cambio avvenne, dopo la scoperta dei primi giacimenti petroliferi, su impulso della diplomazia e dei contingenti inglesi che indussero il recalcitrante sultano Taimur ad abdicare in favore del figlio, preventivamente educato in Inghilterra.  

A 27 anni da quello storico evento, si può constatare che i risultati del governo di quest’uomo mite e sapiente sono andati ben oltre ogni aspettativa (inglese). Londra, infatti, desiderava un cambio solo di facciata, mentre Qabus ha realizzato, con un certo successo, un trasformazione incisiva dell’antico paese di Ofir e di Magan.

 

(tratto da: “Viaggio in Oman”, in rivista “Avvenimenti” dell’11 luglio 1997)


 

 

 

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