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Vento di crisi in Sicilia

di Agostino Spadaro, 01.10.2013

 

Vento di crisi politica, non soltanto a livello nazionale: in Sicilia la tensione è emersa chiaramente durante la direzione regionale del Partito Democratico, che ha scelto di ritirare il sostegno al presidente della Regione Rosario Crocetta. Il segretario regionale Pd Giuseppe Lupo ha chiesto agli assessori in giunta in quota Pd di dimettersi, e accusa Crocetta di prendere le decisioni importanti per le emergenze della Sicilia senza coinvolgere il gruppo che lo aveva sostenuto. Ma per il momento nessuno dei quattro assessori in quota Pd ha dato le dimissioni. Si sentono addirittura offesi dalle dichiarazioni del segretario Lupo, e alla vigilia della finanziaria si dicono pronti a continuare il lavoro avviato in questi mesi, disattendendo i diktat dei vertici del partito, e anzi con la volontà di ricucire i rapporti tra il governo e il Pd.

Si prospetta dunque l’ennesimo fallimento di un ‘laboratorio politico’ in Sicilia. “Quando sento parlare di ‘laboratori’ io tremo”, commenta Agostino Spataro, per diversi anni deputato per il Pci, da tempo giornalista e opinionista politico, collaboratore di 'Repubblica'. “La Sicilia non dovrebbe fare più questi esperimenti politici. Anzi, secondo me dovrebbe rinunciare alla specialità del suo Statuto e diventare una regione ordinaria, al pari delle altre. Lo statuto speciale poteva avere senso subito dopo la guerra, per bloccare l’indipendentismo in armi. Oggi, non più. Anzi, è divenuto un ostacolo dello sviluppo. L’autonomia speciale, invece di uno strumento di crescita economica e civile, è stata concepita come surrogato del separatismo, per erigere intorno all’Isola un recinto, una sorta di anello di fuoco, dentro il quale esercitare uno spudorato dominio e bloccare ogni innovazione, ogni cambiamento provenienti dall’Italia e dall’Europa. Il risultato di tale processo è la progressiva emarginazione della Sicilia costretta a vivere, fra parassitismo e illegalità, sotto un regime a sovranità limitata”.

Eppure spesso proprio da questa regione sono partite esperienze interessanti da ‘esportare’ poi a livello nazionale. “Il substrato costante di ogni ‘laboratorio politico’ è il trasformismo. Storicamente, la Sicilia si è dimostrata terra di trasformismi”, continua Spataro. “Bastano poche idee, spesso scopiazzate, per mettere su un ‘laboratorio politico’. In fondo, anche questi ‘esperimenti’ altro non sono che l’espressione, piuttosto grottesca, della vecchia massima de Il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla”.

Insomma, quello che mesi fa sembrava un successo, adesso si rivela un flop quasi garantito. E questa vicenda porta inevitabilmente a riflettere su quanto ‘laboratori’ o esperimenti politici si sono succeduti in Sicilia  in questi decenni. “Forse soltanto l’esperienza di Milazzo può essere definita, a posteriori, un ‘laboratorio’. Dal 1958 al 1960 Milazzo fu al centro di un’inedita esperienza politica, che ebbe forti effetti anche sulla politica nazionale: dalla rottura con la DC, nacque  una coalizione tra la sua Unione Siciliana Cristiano Sociale, il PSDI, il PLI, il PRI e il Movimento Sociale Italiano, con l’appoggio determinante del PCI. L’operazione Milazzo impaurì la Dc nazionale, i poteri forti di Palermo e Roma, le stesse gerarchie cattoliche e, pertanto, venne bloccata con ogni mezzo. Eliminata l’’anomalia milazziana’, tutto tornò come prima nell’alveo del predominio Dc e dei monopoli industriali. A metà degli anni ’70, si avviò l’esperienza delle larghe intese: Mattarella e De Pasquale tentarono la via originale dell’incontro di Pc e Pci per dare alla Sicilia una nuova prospettiva di sviluppo nella legalità. Quell’accordo fu visto come una minaccia dai soliti poteri forti che decisero di bloccarlo ricorrendo all’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della regione e principale protagonista dell’intesa”.

Poi altre esperienze politiche hanno portato la Sicilia all’attenzione nazionale. “Un nuovo tentativo di laboratorio politico si ebbe sul finire degli anni ’90, col governo Capodicasa: un accordo contingente e occasionale durato il tempo necessario per riportare un’enorme quantità di fondi pubblici alla regione, e saldare così un vecchio contenzioso tra regione e stato”. E infine l’esperienza di Raffaele Lombardo, presidente della Regione dal 2008 al 2012, e fondatore e leader del Movimento per le Autonomie. “Lombardo cercò alleanze e appoggi in settori non dichiarati del sottobosco politico, dell’affarismo ed anche con taluni settori del Pd. Anche questa esperienza è finita male, anticipatamente e con una grossa coda nelle aule di giustizia dove l’ex presidente si sta difendendo da pesanti accuse per reati commessi – secondo l’accusa – in combutta con esponenti della mafia catanese”.

Ora l’esperienza in atto è quella di Crocetta, che nasce a seguito della crisi e del fallimento del governo Lombardo. Crocetta è un esponente tradizionale del Pci e poi del Pd, sindaco di Gela e proposto come presidente della regione dall’Udc. Il Pd naturalmente lo ha sostenuto alle elezioni, e  soprattutto l’area di Catania intorno al giornale 'La Sicilia', che lo ha appoggiato apertamente. Si è avvalso della spaccatura del centrodestra che aveva due candidati, e con il 30 per cento è diventato presidente della regione. Dal punto di vista elettorale, non ha una maggioranza reale, e il suo governo è frutto di accordi politici fra partiti vari e soprattutto con Confindustria Sicilia, volta ad affermare il principio di legalità, contro gli abusi della pubblica amministrazione e della mafia.

Come andrà a finire questa avventura politica? Si rischia un nuovo fallimento? “Il problema di fondo è che il Pd vuole avere il controllo sul governo della regione Sicilia”, afferma Leonardo Morlino, professore di Scienza della Politica presso la LUISS, a Roma. “Crocetta, da parte sua,  vuole trovare invece una linea chiara sganciandosi dal Pd e rivitalizzando la propria indipendenza”. E questo avviene in Sicilia, ma anche altrove, in Italia. Soprattutto a livello locale. “Quando a Firenze è stato eletto Renzi, il Pd non è più stato capace di controllare il suo operato. E anche per Tosi, a Verona, si pone lo stesso problema: quanto la Lega lo può o lo deve controllare”.

Morlino si dice molto scettico anche sull’uso stesso del termine ‘laboratorio’. “La politica siciliana è stata da sempre definita un laboratorio politico, ma in realtà si usa la parola ‘laboratorio’ perché colpisce la fantasia del lettore. Il nocciolo della questione è che si sta mettendo in discussione il rapporto tra partito e istituzione. Non c’è partito fuori dalle istituzioni: se la gente delegittima l’istituzione, di conseguenza delegittima il partito. Quindi il partito vuole uscire dalle istituzioni e vuole controllarla. Come si evince dal documento di Barca, il problema è capire come il partito può condizionare le istituzioni e creare un rapporto di responsabilità con queste ultime, tenendo in considerazione, poi, il fatto che in questo momento i partiti sono profondamente delegittimati”.

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