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La paura del Parlamento siciliano di fronte alle sfide

di Filippo Franzone, 31.12.2013

 

 

 

Una Regione che ha paura del cambiamento è una Regione candidata a recessione certa.

Gli esempi contrari, quelli virtuosi, nel mondo sono molteplici, dagli Emirati Arabi Uniti alla Cina, dalla Corea del Sud al Brasile, dal Sudafrica agli Stati Uniti, tutte nazioni capaci di grandi cambiamenti, di saper affrontare le sfide che di volta in volta si presentano, mentre in Sicilia, un gruppo di uomini prossimi alla pensione ma detentori di potere, cerca in tutti i modi di conservare un sistema fallimentare.

 

La Sicilia è l’ultima Regione d’Italia per reddito pro-capite, reddito inferiore persino ad alcune zone della Bulgaria, è fortemente indebitata, due giovani su tre sono disoccupati, ormai non è più la Mafia il più importante problema dei siciliani ma, la sopravvivenza.

In tutto questo c’è la consapevolezza dei siciliani, che sanno di vivere in una Regione dove i politici, battendosi il petto, parlano in nome ed in difesa del popolo, mentre nei fatti si autotutelano, bocciando tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che conduce al cambiamento, condannando tutti i siciliani ad affondare nella palude del bisogno.

Non è questa la Regione che vogliamo, che volevano i padri dell’autonomia Siciliana guidati dall’On. Salvatore Aldisio, che vogliamo lasciare ai nostri figli.

 

Quello che è avvenuto il 28 dicembre 2013 al Parlamento siciliano è da nazioni sottosviluppate. La voglia, “trasversale”, di mantenere un ente vecchio di secoli, la Provincia, con i confini territoriali invariati, tracciati due secoli addietro in piena monarchia assoluta, è delirante.

Resta in piedi la Legge n° 7, che prevede sempre l’eliminazione delle Province e l’istituzione dei Liberi Consorzi, però i 45 giorni di tempo previsti dal Parlamento siciliano, sembrano insufficienti per completare una seria riforma, ed in ogni caso, c’è stata una maggioranza guidata dalla destra ma supportata, grazie allo scrutinio segreto (che andrebbe abolito), anche da esponenti della maggioranza, che vorrebbero mantenere l’obsoleto sistema provinciale.

 

La Sicilia, nonostante l’immobilismo dei nostalgici, alcuni cambiamenti li ha fatti ed ha voglia di farne molti altri, ad iniziare dalle Province.

Centri come Gela, Sciacca, Termini Imerese, Marsala, Cefalù, Milazzo, Taormina, hanno contribuito, in questi ultimi due secoli, alla crescita della Regione, crescendo essi stesso, ricoprendo un ruolo guida per i comuni circostanti, ruolo che necessita anche dell’avvallo delle istituzioni, per continuare il percorso su questa strada che porta alla crescita.

 

L’appello, per quanto ascoltato possa essere da gente insensibile ai bisogni veri della collettività, è quello di osservare bene la situazione attuale:

 

-       La Sicilia ha due capoluoghi di Provincia nella zona interna e meno popolata, distanti tra loro meno di 15 KM in linea d’aria, Enna e Caltanissetta, che concentrano un numero sproporzionato di servizi.

-       Le tre più grandi città siciliane, Palermo, Catania e Messina, sono anche le prime tre Province siciliane per estensione territoriale, città che, giustamente, debbono prima badare ad esse stesse, questo vuole anche dire che la parte “esterna” all’area metropolitana rimarrà sempre marginale.

-       Gela e Marsala sono più grandi del capoluogo di appartenenza di oltre 10.000 abitanti, sono le uniche città d’Italia, insieme a Sanremo, a superare per abitanti il proprio capoluogo, questo dato da solo provoca continue frizioni. Nel Caso di Gela, diversamente da Marsala, il capoluogo, Caltanissetta, dista oltre 80 KM ed è una città interna dell’isola, mentre Gela è un grosso centro della costa.

-       Molti comuni sono marginali nell’attuale perimetrazione provinciale, marginalità che si traduce in mancata crescita, quindi minore supporto al PIL siciliano.

 

La situazione attuale è poco produttiva, poco equa, poco libera.

L’unica riforma vera che si può fare per rimodulare e rendere produttivo l’ente intermedio siciliano, è quella che parte dai principi di democrazia e libertà. Sono i comuni i veri protagonisti della riforma.

La Regione, stabilito il quorum minimo di abitanti, la continuità territoriale, le regole che individuano il comune capofila, deve fare un passo indietro e lasciare liberamente decidere ai comuni con chi consorziarsi, così si debbono costituire i “Liberi Consorzi”.

 

 

 

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